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ago 25, 2014 Omeopatia

Il medico omeopata da un punto di vista formale è un medico che ha conseguito una regolare laurea in Medicina e Chirurgia, è abilitato alla professione medica, iscritto all’Ordine dei Medici, e che abbia seguito corsi di formazione specifica in Medicina Omeopatica della durata di almeno tre anni, sotto la guida e la supervisione di docenti di comprovata esperienza clinica. 
Nel suo studio potrete notare ciò che è consueto in un ambulatorio, vale a dire fonendoscopio, sfigmomanometro (“l’apparecchio per la pressione”, per intenderci), abbassalingua, otoscopio, martelletto, lettino, bilancia, cotone, garze, disinfettanti. Anche lui indossa il camice, anche lui tasta, palpa, ausculta, picchietta sulle pancie, fa tirar fuori la lingua e fa dire trentatré. Anche lui, se è il caso, richiede e sa interpretare radiografie, analisi cliniche, elettrocardiogrammi. 
Ha padronanza dell’anatomia come della fisiologia, della microbiologia come dell’immunologia; si aggiorna sulle ultime possibilità offerte dalla diagnostica moderna, come sulle ultime novità della terapeutica convenzionale.
È quindi innanzitutto un medico, e deve bene saperlo essere. Ma sa anche bene che il suo scopo non è soltanto quello di dare nomi ai malanni, di riparare fegati o polmoni, accontentandosi che la macchina umana proceda col minimo attrito e il minimo dolore. Sa bene che la dimensione umana del paziente, di cui egli si prende responsabilità, è più vasta e più profonda di quella che è direttamente osservabile dagli occhi o dagli strumenti, e che si sviluppa su vari livelli di esistenza, di cui quello fisico non è che un effetto, una conseguenza, una manifestazione. 
Pertanto, come è capace di appoggiare l’orecchio al torace e auscultare toni, soffi e rumori cardiaci, così deve estendere la capacità auscultatoria alla globalità dell’essere che ha di fronte, percependone le intime aritmie, i toni e i soffi dell’anima.
Rendendosi conto che tutto in realtà è collegato, tutto è interconnesso, e che il suo paziente, nel suo microcosmo di sofferenza, rappresenta una miniatura del macrocosmo, di fronte al quale nient’altro è possibile se non la reverenza, con eguale atteggiamento reverenziale si pone di fronte al fenomeno malattia-salute. Ogni paziente allora, visto con questi nuovi occhi, prende le sembianze di un quadro, unico, affascinante, maestoso, le cui tinte, per quanto aspre, bizzarre e spiacevoli possano sembrare, formano un insieme coerente, rivelano un disegno, una architettura di fondo, che sempre si rivelano a chi vi si accosta con spirito libero da indottrinamenti.
Il sintomo ha sempre un senso, è in sé un messaggio cifrato di cui sta al medico scoprire il codice e il significato. Il presupposto è quindi che egli stesso abbia realizzato quel certo grado di sviluppo interiore e di sensibilità, senza il quale vana sarebbe qualunque pur raffinata tecnica.

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